Scrivere aiuta a guarire

Non è una frase mia, ma una citazione di un film. Poi però l’ho rivisitata e sposata. L’ho guardata più da vicino e mi sono reso conto di quanto mi appartenesse.
Amo leggere. Ogni volta che leggo, sottolineo periodi e/o frasi che poi vengono riportate, meticolosamente, in un quaderno. Di cui tutti sanno ma nessuno ha mai letto. Sono cose molto più profonde di me. Ma così profonde che nemmeno io, ad oggi, ho avuto il coraggio di rileggere.
Scrivo nelle note del cellulare. Titoli di film, libri, appunti, spese e lista della spesa. 
Scrivo a me stesso in chat. Riporto cose, avvenimenti, emozioni. Scrivo all’altra parte di me. Sono sempre severo e molto critico. Poche volte buono.
Scrivo perché parlo sempre ma non dico mai niente.
Scrivo perché forse è l’unico modo di “combattere” il mio essere estremamente introverso.


Ho deciso di aprire un blog per scrivere e condividere. Emozioni, sensazioni, avvenimenti, stati d’animo. Per quel che riesco in quanto eccessivo introverso.
Ho deciso di scrivere pensando (e forse sperando) che quasi sarà terapeutico.

Scrivere aiuta a guarire.
Scriverò per guarire.

Quiet era

A volte non cambi davvero: smetti solo di forzare le cose. Crescere non è diventare freddi, è imparare a usare insieme cuore e testa. Il cuore per restare, la testa per capire quando fermarsi. Non è difficile fare qualcosa di buono; la vera difficoltà è fare la cosa giusta, soprattutto quando fa male. E spesso la paura più grande non è ciò che perdiamo fuori, ma quello che scopriamo dentro: i nostri fantasmi, le parti irrisolte di noi che fanno rumore quando tutto tace.
Ho capito che “l’amore” non è rincorrere, ma scegliere. La cosa più bella che puoi sentire da qualcuno non è una promessa, ma la voglia sincera di averti nella propria vita, il desiderio di vederti, il bisogno di perdersi in un abbraccio che non ferisce. È giusto lottare per chi ti ama, ma è una perdita di tempo lottare per convincere qualcuno ad amarti. Le persone non abbandonano chi amano: abbandonano chi stavano usando. Chi sparisce in fretta, spesso, ha solo recitato bene.
Con il tempo ho smesso di regalare tutto a chi non voleva niente. Sono stanco di chi non ha tempo, di chi è incerto, di chi tiene aperte mille porte per non sceglierne nessuna. Ho imparato che essere troppo disponibili porta gli altri a dare la tua presenza per scontata, e ciò che è scontato non viene custodito, ma preteso. Dire “no” non è egoismo: è rispetto. Non per farmi desiderare, ma per farmi volere. Se un sentimento non è ricambiato, non lo voglio. Voglio legami che non mi spengano.

L’equilibrio è tutto. Quel confine fragile tra sofferenza ed emozioni, tra il sentire troppo e il non sentire più niente. Quando si spezza, iniziamo a dire che non proviamo più nulla, quando in realtà abbiamo solo paura di legarci di nuovo. L’equilibrio serve all’anima per respirare, per lasciarsi andare senza sentirsi stupidi, per vivere le cose con tutte le sfumature possibili. Non esiste solo il bianco o il nero: esiste anche l’arcobaleno.

Ho smesso di salvare rapporti da solo. Se vuoi restare, resta. Altrimenti non tornare. Ti lascio un foglio bianco: scegli se essere un punto o un punto e virgola. Il cuore non è un posto per tutti. Non è affollato, né facilmente accessibile. Con il tempo capisci che selezionare non è chiudersi, ma proteggersi. Ci vuole un coraggio enorme per dedicare il proprio tempo a qualcuno e una saggezza ancora più grande per capire chi merita la parte più vera di te. Scegli chi ti fa sentire una preferenza, non un’alternativa.

C’è un tipo di persone che nessuno nota mai davvero. Sono quelle che sorridono di più, ma che dietro a quel sorriso nascondono cicatrici profonde. Quelle che dicono sempre “sto bene” anche quando dentro si stanno sgretolando. Non chiedono aiuto, perché non vogliono disturbare o perché si sono convinte che nessuno sia davvero disposto ad ascoltarle. È più semplice credere alla maschera che indossano ogni giorno, che fermarsi a chiedere come stiano davvero. Eppure, queste persone non hanno bisogno di grandi gesti: hanno solo bisogno che qualcuno le guardi negli occhi e vada oltre quel “va tutto bene”. Che qualcuno riconosca il peso che portano e la fatica di essere forti per tutti. Perché dietro chi ama di più, spesso, c’è un cuore che batte da solo in silenzio, aspettando di essere ascoltato davvero.

Tu sei quello che ama senza che gli venga chiesto. Quello che ricorda, che nota, che aspetta. Ricordi i compleanni, le canzoni che per qualcuno significano qualcosa, le paure confessate sottovoce e i desideri detti una sola volta. Raccogli frammenti degli altri e li custodisci come se fosse compito tuo proteggerli. Eppure, quando tocca a te, quando il tuo cuore è stanco, nessuno se ne accorge. Dai così tanto che a volte sembra non resti nulla per te. Guardi gli altri ricevere l’amore che tu continui a dare senza misura. Sei la rete di salvataggio, il conforto, il porto sicuro. Ma non sei mai il primo pensiero. Non sei quello per cui qualcuno scalerebbe una montagna, ma sei umano anche tu. Meriti qualcuno che si ricordi di te, che ti scelga, che ti ami senza che tu debba chiederlo. E fino a quando quella persona non arriverà, lascia che sia tu. Meriti più dei “quasi”, più di chi si fa vivo solo quando gli conviene, più che essere una pagina nella storia di qualcun altro mentre la tua resta non letta. Meriti la stessa cura che hai sempre dato. Amati come hai amato gli altri. Ricorda il tuo cuore. Nota i tuoi silenzi. Presentati per te stesso come hai sempre fatto per loro. Sei stato tutto per tutti. Ora è il momento di essere tutto per te.

La mente, a volte, è il posto più pericoloso in cui vivere. Nulla uccide più velocemente dei pensieri che accumuli senza dire. Il corpo sente prima, molto prima che la mente razionale trovi le prove. Non è paranoia: è un radar emotivo. Finché l’inconscio non diventa cosciente, continuerà a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino. Ma ogni lezione ignorata ritorna, finché non trovi il coraggio di guardarla.
Ho imparato a stare da solo. Non perché ami la solitudine, ma perché amo la pace. Con le persone giuste divento più vero, non più stanco. Non è isolamento, è selezione. Non è chiusura, è protezione. La mia energia è preziosa e non tutti meritano di averne una parte. Il tempo non aiuta sempre. A volte è crudele. Non guarisce, non insegna automaticamente. Il dolore non rende saggi: rende consapevoli solo chi ha il coraggio di ascoltarlo. Non c’è sempre una prossima volta, e non siamo sempre in tempo. Alcune possibilità, se non le scegli, si chiudono. E va bene così. Accettare non significa smettere di sentire, ma smettere di farsi male inutilmente.
Sono entrato nella mia quiet era. Se vuoi vedermi, vediamoci. Se non vuoi, non succede nulla. Non perdo più me stesso per chi non ha paura di perdermi. Credo ancora in una cosa sola: se qualcuno vuole davvero, troverà un modo. Tutto il resto è rumore.

– Mi ricordi qualcuno sai?
– Qualcuno che hai perso?
– Qualcuno che non ho mai trovato.

SAKURA

Napoli

Che città strana. Dai mille colori e dalle mille paura, come canta un vecchio cantautore napoletano. Ogni volta pensi di averla capita e invece ti sfugge. Però quando stai qua, di notte, che senti le onde, allora ti pare di conoscerla veramente e comprendi che ci ci sono cose che non vanno capite, ma soltanto vissute. La cosa più assurda è che a volte mi manchi. Non ho mai saputo dove metterti. Se dentro o fuori di me. Se nel cuore o nei penseri. Se nelle cose che fanno bene o quelle che fanno male. Ma alla fine sei ovunque. Ti penso con la tenerezza con cui si pensa qualcosa di fragile. Con quella voglia di toccarti e, allo stesso tempo, di proteggerti dal tocco. La tua lingua poetica e colorata, il tuo dialetto, non esprimono un significato, ma un concetto di vita. Il napoletano è una filosofia.
E lo so, non sono perfetto. Non ho tutte le parole giuste, non ho nemmeno tutte le risposte. Ma ho la voglia di restare. Sono quello che ti guarda come se valessi il mondo. Quello che ti sceglie, non perché sei facile da amare, ma perché sei vera. E se domani tutto crollasse, se diventassimo macerie, se il Vesuvio dovesse eruttare, se restassero solo pezzi e silenzio, ti sceglierei anche li. Ti sceglierei anche tra le rovine. Forse è vero, non si può essere felici nemmeno nel posto più bello del mondo. Ma nessuno posto al mondo sa creare felicità come te.

Napoli è dove il sole batte forte e sana le ferite. Forse da bambini volevamo solo andare via. Ma dicevamo sempre: “riman”, che vuol dire domani, ma anche rimani. Resta. Ed è quello che ho fatto. Sono rimasto dove il sole scende dai palazzi ed illumina il cielo che da colore alla maglia di questa città. Il Napoli.
Ricordo ancora il suo terzo (per me primo) scudetto, conquistato ad Udine con un pareggio.
“È solo una partita, ma chi te lo fa fare?” Nessuno. È questo il punto. Lo faccio e basta. È come sentirsi parte di qualcosa. È l’unica volta dove gente che non si conosce, si abbraccia. Non conta chi sei, cosa hai, quanti anni hai, conta solo una cosa: il Napoli. Fateci caso, il mondo si evolve, ma questa cosa non cambia mai. Nel mio immaginario spesso il mondo è grigio, è Napoli che da colore, ovviamente azzurro. Non ve lo spiegare, riesco solo a raccontarvi queste immagini, racchiuse in degli scatti per fermare l’eterno che sfugge. Come i murales che ritraggono D10S.

Non paragonatelo ad altri calciatori. Vi prego non fatelo. Perché Maradona non è solo calcio; non è solo dribbling; non è solo gol. È un bambino scalzo che gioca con una palla fatta di stracci e diventa Dio. Certo, ci sono stati campioni più continui, più lucidi, più forti forse; ci sono state carriere pulite e biografie impeccabili, ma Diego ha preso sulle spalle la rabbia dei poveri, le lacrime degli ultimi, la voce di chi non aveva voce. Ha ridato dignità ad un popolo intero, ha illuminato la città più maltrattata d’italia, ha difeso e portato Napoli ed i napoletani in tutto il mondo. Ha affrontato l’inghilterra non solo con il piede, ma con la storia e scrivendo la storia. È caduto mille volte, ma ogni volta si è alzato con gli occhi pieni di fuoco. Diego era umano e proprio per questo era divino. Si chiede a Dio di perdonare coloro che non sanno ciò che fanno e allora Diego, perdona chi ti ha chiamato e paragonato solo ad un calciatore perché non è giusto, non è possibile, non è umano. Perché Maradona non si spiega, si attraversa, come una tempesta, si sente nello stomaco come una preghiera sussurrata al cielo. Grazie D10S. Grazie Diego.

Io sono napoletano. Qualcuno ha detto che essere napoletano è una fortuna. È vero.
Ho la fortuna di essere napoletano perché sono bilingue dalla nascita. Le canzoni napoletane le capiscono in tutto il mondo. ‘O surdato ‘nnammurato, ‘o sole mio, “o” senti questo articolo, è greco. E quando a Napoli si parlava il greco, in tutte le altre città si parlava latino.
Ho la fortuna di essere napoletano perché sono nato nella stessa città di Eduardo, Totò, Caruso, Troisi, Pino Daniele, Marotta, Bovio, Di Giacomo, pure Bud Spencer era napoletano.
Ho la fortuna di essere napoletano e di appartenere ad una città che ha inventato:“il sospeso”, il caffè pagato per chi non se lo può permettere. Perché nessuno, mai nessuno, deve sentirsi così povero da non poter bere neanche un caffè.
Ho la fortuna di essere napoletano perché se in tutto il mondo i bambini hanno sognato con batman, l’uomo ragno, superman, che sono eroi di fantasia, noi abbiamo sognato, sogniamo e sogneremo ancora con un supereroe argentino, che non aveva ne la spada e ne il mantello, ma aveva una maglia azzurra con il numero 10 e la fantasia l’aveva nella testa e nei piedi.
Ho la fortuna di essere napoletano perché nessun’altra città del mondo è nata dal corpo di una sirena, Partenope. Morta di dolore per essersi innamorata di Ulisse, dando vita ad una città che infatti sa bene cos’è il dolore e la passione.
Ho la fortuna di essere napoletano perché a Napoli hanno creato capolavori conosciuti in tutto il mondo, come il teatro San Carlo; la statua del Cristo velato; poi Dio ci ha regalato Capri, Ischia, Procida e Sorrento, ma noi abbiamo inventato la pizza e “sasic e friariel”.
Ho la fortuna di essere napoletano perché Napoli mi ha insegnato ciò che resterà alla fine della vita: l’ironia. Vero antibiotico dell’esistenza. Quell’ironia con la quale il giorno dopo il primo scudetto, i napoletani scrissero sui muri del cimitero un messaggio per i morti: “E che vi site perzi”.
Ho la fortuna di essere napoletano perché napoli è una città che tutti i giorni si bacia col mare.
Io ho la fortuna di essere napoletano, ma se dovessi rinasce, vorrei nascere napoletano.

Ab imo pectore
Il tesoro di Napoli è Napoli in se stessa

Paradosso

Se qualcuno è felice, lasciamo che lo sia. Lo incoraggiamo, lo celebriamo. Nessuno gli dice di ridimensionare la sua gioia, di controllarsi, di smettere di pensarci. Con il dolore è diverso. Se sei triste arriva sempre qualcuno a suggerirti di distrarti, di reagire, di non pensare troppo. Come se la sofferenza fosse un’emozione di serie B, qualcosa di ingombrante, di inutile, di fastidioso per chi osserva. Eppure il dolore non è meno reale della felicità. Non è un errore da correggere. Ci attraversa, ci trasforma, ci mette davanti a parti di noi che altrimenti non vedremo mai. Invece ci insegnano che non dovremmo stare male. Che dovremmo reprimerlo, dietro un sorriso forzato oppure coprirlo con giornate piene. Finiamo così per sentirci colpevoli solo per il fatto di stare male. Perché dobbiamo giustificare sempre la nostra sofferenza o minimizzarla per renderla accettabile agli altri? Se siamo tristi, sentiamo il bisogno di dire che passerà presto per rassicurare chi ci sta accanto. Come se il dolore non fosse abbastanza pesante di per se, senza il peso aggiunto di doverlo spiegare e giustificare. Il dolore non è qualcosa di cui vergognarsi. È un linguaggio universale che tutti, prima o poi, impariamo a parlare. Eppure, quando lo viviamo, ci sentiamo soli, come se fosse sbagliato starci dentro. Come se fosse qualcosa da attraversare in fretta, senza guardarlo negli occhi. Non dico che sia bello soffrire, ma è giusto poterselo permettere. Credo che dovremmo poterci sentire tristi senza doverlo spiegare, senza dover rassicurare gli altri, senza sentirci sbagliati.

Un po’ di tempo fa, parlando con chi se ne intende, mi disse che ero triste. Diceva che non accettavo la tristezza e facevo “acting” (se così si scrive). In pratica faccio cose per non vivere uno stato d’animo. Mi chiese quindi di vivere di più quell’emozione. Di restare nella tristezza. O meglio, non nasconderla, ma esternarla. Come tutte le emozioni che reprimo. Di dire a quella persona che, mi ha lasciato l’amaro in bocca, di non esserci rimasto male, ma di essere triste. Per aver creduto alle sue parole. Per aver riposto aspettative.
Il paradosso è che ho sempre sostenuto la tesi del: “il dolore va vissuto” e ti accorgi che la vita è piena di paradossi, infatti…
Non puoi cambiare nulla finchè non lo accetti.
Più cerchi di non pensare a qualcosa, più ci pensi.
Chi parla troppo dice poco.
Non vedi le cose per come sono, le vedi per come sei.
Il segreto della felicità non è fare sempre ciò che vuoi, ma volere sempre ciò che fai.
Avere ricordi può essere una condanna.
Non puoi essere tollerante con l’intolleranza.
La curiosità uccide, ma sapere è potere.
Più sai, più sai di non sapere.
La comodità può diventare un prigione. 
Per andare avanti, a volte, devi tirarti indietro.
Non puoi controllare il vento, ma puoi regolare le tue vele.
Non si tratta di quello che ti succede, ma di come reagisci.
Il paradosso della morte che da vita ad un rapporto e le persone lo uccidono.

Basta una giornata storta per ridurre l’uomo più sano di mente alla follia. La notte è sempre più buia prima dell’alba. Hanno detto che sono cambiato molto e ho risposto che molto mi ha cambiato. Parlano e ridono di me perché sono diverso e io faccio lo stesso perché loro sono tutti uguali. Più ampio è il sorriso più profondo è il dolore. Sorridi perché confonde le persone. Sorridi perché è più facile spiegare ciò che ti sta uccidendo dentro.
Noi che sentiamo tutto intensamente, che pensiamo troppo e percepiamo ogni sfumatura nel tono, ogni esitazione. Noi che facciamo film a partire da un singolo messaggio, che troviamo significati nascosti in ogni conversazione e che amiamo con estrema cautela per paura di sbagliare. Non lo facciamo per scelta. I nostri cuori sono semplicemente più sensibili. Se sei priorità lo senti. Se non lo sei lo senti di più. È solo preoccupazione di dare comunque troppo e finire comunque soli. Tesi avallate dalle persone di cui ci contorniamo. Da chi ti dice che sei oro e poi ti abbandona peggio di un rifiuto. Di chi ti dice che non esiste solo il bianco e il nero, c’è anche il grigio, ti mostra l’arcobaleno, ma svanisce come esso. Da quell’amica che ancora racconta, ormai abituata, che per lei ci sarò sempre. Sparita da così tanto da dimenticare che sono quello del tutto o niente. Quello che si lancerebbe nelle fiamme per salvarti, ma anche quello che resterebbe a guardarti bruciare viva. Quello a cui le cose per metà fanno schifo per intero. Ormai così lontana da non sapere che ho imparato ad accettare le persone per quelle che sono e a metterle nel posto che meritano. Ho sfatato il mito del: “ti capitano sempre le medesime situazioni perchè ancora non hai imparato a gestirle”. Ho vinto su tutto, anche sulla solitudine.
Non importa quanto tu sia aperto, in pace con te stesso o generoso. Gli altri possono relazionarsi con te solo in superficie se non conoscono se stessi in profondità. La capacità delle persone è limitata dal lavoro interiore che hanno fatto su se stessi. Puoi offrire tutta la luce e l’amore del mondo. Accettare ciò ti darà pace. Accettare che alcune persone non sono ancora andate abbastanza in profondità per incontrarti dove sei.

Mostri poco di te, quasi niente. Un sorriso di circostanza, qualche parola dosata, l’illusione di leggerezza, da non confondere con la superficialità. Una linea sottile che le separa, ma con uno spessore importante. Dentro hai un oceano che nessuno vede, fatto di pensieri che non ti fanno dormire, di paure che non confessi. Proteggi con cura il tuo cuore nascondendolo sotto la superficie, ed è difficile trovarlo se non si è disposti a guardare oltre. Alcuni mi conoscono come la persona timida che parla poco. Altri come quella fastidiosa che non smette mai di parlare. Altri ancora come freddo e scortese, mentre altri come premuroso e gentile. Il punto è che la persona che consideri te stesso esiste solo per te. Ogni persona che incontri, con cui hai una relazione o con cui incroci lo sguardo per strada, crea una versione di te. Ci sono una migliaia di versioni diverse di me nella mente delle persone. Credete a tutti. Ognuno ha avuto la versione di me credevo meritasse.
La verità è che sappiamo amare con un’intensità che la maggior parte delle persone non può comprendere. Ricordiamo i piccoli dettagli, notiamo le cose non dette, sentiamo le cose dimenticate. Abbiamo solo bisogno di qualcuno che riesca ad acquietarci la mente. L’amore se ne va quando le cose si fanno difficili e facciamo fatica a credere che non tutti ci abbandoneranno.
Ho un difetto o forse due. Una mente che pensa troppo e un cuore che sente tutto. Perdono troppo. Mi preoccupo troppo di chi non si preoccupa per me. Mi sento in colpa per cose su cui non ho controllo e cerco di salvare tutti intorno a me prima ancora di salvare me. Ma mi hanno insegnato che la grandezza si trova nel cuore e, nonostante tutto, continuerò a seguirlo. Non importa di chi resta, di chi entra e di chi se ne va. Non mi sento in colpa per aver dato tutto me stesso a qualcuno che forse non l’ha nemmeno apprezzato.

Alla felice colpa di essere quello che sono.
Se non saremo poeti, saremo poesia.

Velocità – Parte 2

…dormire per non vivere. Quando non ci sono più canzoni da cantare a squarciagola e nasce un dubbio dopo l’altro. C’è solo una cosa che ascolta le mie storie circondate dalle lacrime. L’acceleratore sfoga la mia rabbia. Il freno sente le mie paure. Mi ritrovo in strada ad oltre 190 km/h. Il motore vibra allo stesso ritmo del cuore. L’unico che ancora, e sempre, ci riesce. L’emozione non ha voce. Il campo visivo si riduce a ciò che ho davanti e di colpo, non sono più sulla strada, ma ci sono dentro. Ne faccio parte. Sono in quella modalità disumana che resta sempre. Riesco ad uccidere qualsiasi pensiero. In caso contrario, saranno loro ad uccidere me. Il singolare modo che abbiamo per sentirci forti.
Qualcuno dice che noi siamo pazzi. Altri chiedono perché lo facciamo, rischiando la vita. Non riesco a spiegare che abbiamo bisogno di qualcosa a cui aggrapparci. Come una religione. Ho fede, quando entro in curva a 180km/h. Mentre continuo ad accelerare, gridando sempre più forte insieme alle gomme che stridono sull’asfalto. Ho fede, quando il mondo esterno si avvicina e freno dai 200 agli 80 km/h, in pochi metri. Perché la velocità non ha mai ucciso nessuno. È l’impatto a distruggerci. Esattamente come nella vita. E si, ci faremo male. Però si, staremo meglio. Cresceremo.

L’adrenalina vibrerà al passo. Corpo e anima suoneranno insieme una musica armonica. Per quel breve lasso di tempo, sono libero. Nulla mai darà quella sensazione. Tutto il resto scompare.
Non importa quanto veloce sei. Tu sei li e raggiungi il tuo limite. E quando arrivi al tuo limite, c’è una sola cosa da fare: muovere il limite oltre e andare più veloce. Uno come me, ha bisogno di correre. Di sentirsi vivo. Ogni cosa che può uccidermi mi fa sentire vivo. Alla fine chi lotta ce la fa. In un modo o nell’altro.

A chi ha preferito arrendersi e crogiolarsi nelle sue convinzioni, piuttosto che guardarsi con gli occhi dell’altro. Per non andarsene mai. Ti dedico l’ultimo giro di lancette di questo 2024. Godetevi gli imprevisti. Che le lacrime di quest’anno possano essere l’acqua necessaria ad innaffiare i fiori di questo 2025.

Aloha
Chiamate chi amate

Velocità – Parte 1

“L’alta velocità mi porta via dalle persone.”


Le stesse persone che hai guarito, che dicono di amarti, di essere speciale, di essere mature e poi ti lasciano un messaggio in cui ti lasciano per messaggio. Quelle che entrano ed escono dalla tua vita con la stessa velocità che ti rimproverano. Quelle per cui esisti solo tu, ma appena ti mandano via spuntano persone come funghi. Di chi passa da giorni interi sul divano, a fare notte inoltrata perdendosi in conoscenze nuove e vecchie. Aumentano le frequentazioni e le richieste di amicizia su di un social. Per sentirsi chi sa cosa e come. Magari dove prima c’erano confini scambiati per ossessione e/o possessione, piuttosto che valorizzati per quello che erano e avrebbero dovuto essere. Sinonimo di affetto e auto-rispetto. Ambire a chi scrive a molteplici persone per aumentare il proprio ego e rendere banale a chi scrive solo a noi. Si preferisce chi spinge su un cuore a chi lo tiene in mano. Chi ti fa credere alla luna in un pozzo, a chi prenderebbe le stelle per aggiustare le tue lune storte. Si finisce per “sbagliare” e pensare che quella sia libertà. Incontrarsi per caso durante un aperitivo, con quegli sguardi che dicono tutto senza dir niente. Guardando ciò che ha scelto. Vederla felice con ciò di cui si e contornata. Ossrvando felici per l’altro. Ma essere soli non vuol dire essere più “liberi”. Tutto questo è meno impegnativo rispetto al “lottare” per ciò che “fa bene”. Ci sono sempre più “mi manchi” che “sto arrivando”. Sempre a rincorrersi che ad incontrarsi. Ti ritrovi cicatrici che non meritavi, ma ti mostrano la forza che non sapevi di avere. E devi anche ringraziare queste persone. È grazie a loro se oggi sei priorità. Ci aggrappiamo a ciò che poteva essere e non a ciò che è realmente. Fatelo adesso perché molti “poi” diventano “mai”. Il modo in cui trattiamo racconta esattamente quello che proviamo. Punto. Mi sembra assurdo scegliere questa “facilità” a chi preferisce aspettare l’amore, a chi non vuole più perdersi dietro innumerevoli conoscenze senza senso. L’amore di un solitario è il più sincero che possa esistere. È difficile quando si è soli. È spesso intransigente. Ma quando trova qualcuno che gli da motivi, riesce ad accettare anche qualche spina. Vi ama per scelta non per compagnia. Provate a chiedergli se ne vale la pena. A tutte quelle parole, preferisce la complicità che può permettersi di tacere. Ma il silenzio può trasformarsi nella parte peggiore che possa mostrare. Perché le cose che facciamo parlano infinitamente, più di quelle che diciamo. Devi osservare in silenzio per capire di quanto inutile rumore è fatta certa gente. Scegliere di aspettare il proprio momento, non il proprio turno. Non voler più uscire con qualcuno che è pronto ad innamorarsi, ma non è pronto per amare. Trasformare tutto in storie da raccontare. Riscrivere la storia a volte ne vale la penna. Anche se lasci sempre qualcosa, come la punta del cornetto a colazione oppure il cuore tra un abbraccio e l’altro. Come lasciamo sempre qualcosa dentro le persone che incontriamo. Ed io ci credo. Ci sono pezzi di me che non trovo più. E se non li hai tu, non può averli trovati nessuno. Perché se non sono tuoi, non possono appartenere a nessun altro. È straziante smettere di idolatrare chi avevi costruito come un mito. Ti senti persino ridicolo quando, a posteriori, intravedi quei dettagli che ignoravi e che ora gridano la loro evidenza con violenza.


Ci sono giorni in cui il silenzio diventa il rifugio più sicuro, dove la solitudine non è tristezza, ma un modo per ritrovarsi. Giorni in cui le parole sembrano inutili e la compagnia di sé stessi è tutto ciò di cui si ha bisogno. Non è egoismo, non è odio verso gli altri, ma solo un momento per respirare, ascoltare i propri pensieri, magari capire chi siamo e cosa vogliamo. E va bene così perché anche il cuore, ogni tanto, ha bisogno di una pausa per tornare a battere più forte. Sappiamo benissimo cosa meritiamo. Temporeggiamo solo perché non riusciamo a trovare il coraggio di accettarlo. Cosi ci convinciamo di non sapere cosa vogliamo o di cosa abbiamo bisogno, rimandando decisioni inevitabili. Lo facciamo per paura del dolore che porterebbe quel cambiamento. Ma in realtà, stiamo solo rimandando la libertà e la felicità. Distruggendo un cuore puro per una mente tormentata. Stare con chi capisce le tue fragilità e non con chi le usa. La gente potrebbe imparare dai proprio errori se non fosse così impegnata a negarli. Si passa più tempo a cercare scuse piuttosto che scusarsi. Sei quello che fai non quello che dici.


Quando non basta più…

Continua…

“Chiudi gli occhi, non pensarci”

Ho il cuore che mi vola. Ho colpito a duro muso la vita e lo faccio da una vita intera. Non mi sento mai adatto. Questi contesti indifferenti. Rido. Guardo i miei difetti come fossero perfetti. Sono nato con la voglia di strafare e col bisogno di volare, di correre, per sentirmi vivo.


“Chiudi gli occhi, non pensarci”


Quelli come me chiudono gli occhi solo per allontanarsi. Ma allontanarsi da che cosa che qui è sempre la stessa storia. Ti viene voglia di cambiare e cambia chi non c’è più ora. Ricordo notti in giro. Qualche birra vuota e drink fai da te. Parlavamo con gli amici, con persone.


Noi siamo quelli senza scuse, col passato in fiamme. Che attraversano il presente con benzina nelle tasche. Quelli che parlano con tutti ma non è niente di importante. Che le cose belle stanno dentro e meritano stelle. Potrei parlare per cent’anni e dire le stesse cose. Mi hanno detto di essere ripetitivo e ho mostrato loro la diversità dell’osservare la medesima cosa, ma da punti di vista differenti. E non è monotonia. È il mio rifugio personale. Non chiedetemi niente, che sto bene. Portate solo un po’ dei vostri ricordi e dopo mescoliamoli insieme.

Vorrei parlare di altro, ma senza esagerare. Il cielo lì ci osserva, ma non ci vede dietro quel tendone blu. Poi basta meno di poco e ritorna tutto. Ritorna il cuore, al suo posto dove c’è calore. Avevo voglia di parlare e raccontare, ma solo ciò che avevo dentro. Sento, che tanto più mi sento vuoto e tanto più mi riempio.

Ricordo il sole tra i palazzi e quando eravamo lì sopra tutti. Passare notti insonni dentro stanze in cui non vedi bene. E con la mano sposti il fumo, dicendoti che è per quello che ti bruciano gli occhi. Sentirsi ultimi ma sorridere, che è passato pure oggi. Mamma, ti ho deluso tante volte e non è vittimismo. Ti ho vista piangere e maledico il giorno in cui non mi hai più visto. Quando tornavi e c’era quel silenzio. Ma che ne sanno tutti. Io la mia vita l’ho vissuta solo attraverso me. E pagherò il conto tra qualche anno o forse anche domani. Ma vince chi si sveglia, vive, muore e spera sempre dentro le sue mani.


Ubi tu
Ibi ego

Io sono – aiuto

Già so che chi mi conosce davvero, quando leggerà parte di ciò che sto per scrivere, riderà per una settimana.
Incoerente, inconcludente, non mi assumo responsabilità, mi nascondo dietro un dito, pesante, negativo, non ascolto, non mi metto nei panni dell’altro, filosofico, generico, egoista, assente, incostante, cattivo, brutta persona.
Questi sono solo alcuni degli aggettivi con la quale sono stato descritto. Almeno quelli che ricordo. Mi fa ridere quanto scritto perché, chi mi ha definito tale, sono le stesse persone che mi definivano l’esatto opposto. Stranamente, arrivava il cambiamento quando non ero più “utile”. Quando diventavo di troppo. Scomodo. Alla fine sono le stesse persone che mi hanno sfruttato e poi sono “scappate”.

La verità è che sono fin troppo coerente. Sempre in linea con la mia etica. Quando inizio qualcosa, la smetto solo quando la porto a termine. Anche al costo di diventare scomodo e fastidioso. Sono sempre in prima linea e, su ogni cosa, ci metto sempre la faccia. Determinato e testardo ma scambiato, o tradotto, con “pesante”. E qui mi verrebbe da chiedere se sono io pesante o loro superficiali. Negativo perché realista. Crescendo, quello vedi diventa tutto quello che conosci. Non importa se sia bello o brutto. Si chiama semplicemente realtà. Normalità.
Sei giudicato egoista e assente perché poi sei stanco. Perché inizi a capire, ad aprire gli occhi, a dare ascolto a quel sesto senso che poche volte, o addirittura quasi mai, sbaglia. E decidi allora di collocarti lì dove dovresti. Al primo posto.
Sono un grande ascoltatore. Spesso appaio estroverso perché socievole e loquace. Ma la verità è che sono un estremo introverso. Chiuso perché, in fondo, hai qualcosa da proteggere sotto quell’armatura. Sei sensibile. Parlo tanto ma non dico mai nulla. Ma finisco per essere scomodo quando poi apro bocca. Non sono perfetto e sono geloso. Mi da fastidio se sei troppo socievole quando saluti. Mettono le mani sui fianchi e ti stringono la schiena. Lasci loro addosso il profumo che hai. Abbraccio per metà perché importante.
Quando credi nell’idea di essere innamorato perso, ma finisci per pensare che da innamorato hai perso. Lo sguardo di chi ti ama più di te stesso ma non sa dirlo. Quando vuoi ancora un po’ di tempo e la possibilità di spiegare tutto quello che senti. Ma capisci che la verità non ha bisogno di spiegazioni. Quelli come me sono una costante nelle vite altrui. Pronti a dare tutto per un pizzico della loro felicità. Pronti ad assorbire tutto. A rispondere ad ogni grido d’aiuto. Ma noi non chiediamo mai aiuto. Perché chi aiuta quasi mai chiede aiuto. Ma li ammiro non giudico queste persone. Sarà per convenienza o no, ma ci vuole coraggio per chiedere aiuto.
Ti ritrovi quindi ad augurarti di guarire da quelle cose che non dirai mai a nessuno e a scappare anche da te stesso. E alla fine l’ho fatto anch’io. Ho avuto coraggio. Ho chiesto aiuto, a chi se ne intende.

Potrei continuare ancora per innumerevoli righe a raccontare, ma lascio il resto all’immaginazione e alla curiosità.

“Quelli come noi non si fidano mai, non ci credono mai.
Quelli come noi non si lasciano mai, non dimenticano mai.
Quelli come noi restano in silenzio ma non siamo ciechi.
Quelli come noi pensano troppo, vanno oltre. Vivono il futuro perché il presente è già passato.
Quelli come noi sono fiori sbocciati nel cemento.
Quelli come noi non tornano indietro. Camminano sui cocci di vetro sparsi sull’asfalto, mentre riflettono il tramonto e brillano come diamanti.”

“Essere diverso” non corrisponde quasi mai ad “essere peggiore”. In questo mondo di uguali le eccezioni spaventano.
Ragazzi non abbiate timore a chiedere aiuto a chi se ne intende. Parlate con loro piuttosto che a qualcuno nei momenti intimi. Che magari, domani lo racconterà ad un altro. Siate sempre chi siete. Perché tanto, qualunque cosa siate e qualunque cosa facciate, vi giudicheranno sempre a seconda delle loro esigenze. In base al periodo che stanno vivendo. Differenziate chi vi dice di essere rari da chi vi reputa e fa sentire tali. Perché nessuno che vi reputa rari vi lascia scivolare tra le dita. E sono quelle le mani che vi stringeranno forte ma senza farvi alcun male. E voi, tenetevi queste persone altrettanto strette.

Particolare
Diverso

Mamma

“Chi tene ‘a mamma è ricche e nun ‘o sape”

È il verso di una poesia napoletana. Nulla di più autentico.
Mamma, migliore amica, confidente, protagonista di ricordi indelebili. Nessun amore potrà mai essere paragonabile al suo, perché è un affetto talmente incondizionato, talmente inqualificabile da andare ben oltre l’immaginazione.
La mamma è vita pura. Vicina o lontana, in ogni senso possibile rappresenta le nostre radici, la nostra storia, è parte integrante del nostro cuore qualunque cosa accada. La mamma andrebbe onorata ogni giorno. Invece troppo spesso finiamo per sottovalutare e dare per scontato i suoi gesti, le sue attenzioni e di quanto e cosa meriterebbe.

A te mamma chiedo scusa.
Scusa perché non sono capace di ricambiare il tuo immenso valore.
Scusa per tutte le volte che ti ho fatto penare.
Scusa per gli anni che ti ho fatto perdere.
Scusa per le lacrime che ti ho fatto versare.
Scusa per tutte le cose negative che ti ho inoltrato, anche quando tu non avevi colpe.
Scusa per averti dato le colpe.
Scusa per tutta la negligenza.
Scusa per tutti i baci che non ti ho dato e tutte le volte che non ti ho stretto forte.
Scusa per tutte le volte che non ho avuto tempo.
Scusa per averti fatto trascorrere notti insonni.
Scusa per non aver apprezzato e colto tutto ciò che mi hai dato.
Scusa per tutto quello che non dirò, ma tu sai.
Scusa perché parlo al passato, ma troppe cose sono ancora il presente.

A te mamma, però, dico soprattutto grazie.
Grazie perché nonostante la mia incapacità di ricambiare, tu sei rimasta.
Grazie perché nonostante ti ho fatto dannare, tu sei rimasta.
Grazie perché nonostante gli anni che ti ho fatto perdere, tu sei rimasta.
Grazie perché nonostante le lacrime, sei rimasta.
Grazie perché ti sei presa colpe, attacchi e sfoghi, quando tu non meritavi nulla di tutto ciò, ma sei rimasta.
Grazie perché nonostante la mia non curanza, il darti per scontata e trascurata, tu sei rimasta.
Grazie perché non mi hai mai puntato il dito, ma sei rimasta.
Grazie perché quando io non riuscivo ad aprire gli occhi, tu non riuscivi a chiuderli, ma sei rimasta.

Grazie perché mi hai reso una persona migliore. Grazie perché mi permetti di recuperare tutto il tempo perso e il male che ti ho regalato. Grazie perché mi hai insegnato l’eleganza e la gentilezza. Grazie perché mi hai insegnato come trattare una donna. Grazie per l’educazione. Grazie per avermi mostrato la vera faccia del bene e dell’amore. Grazie per non aver mai lasciato il dubbio di volermi bene. Grazie per avermi fatto sentire al sicuro. Grazie per avermi insegnato a guardare oltre mentre tu ci vedevi lungo. Grazie per avermi insegnato la costanza e la dedizione. Grazie per avermi insegnato i valori ed il valore. Grazie per avermi insegnato a non arrendermi. Grazie per avermi donato abbracci enormi in cui potevo e posso correre tutte le volte che ne ho bisogno. Grazie per avermi sempre aiutato e sostenuto. Grazie per tutte le cose che non riuscirò mai a dire nemmeno a me stesso. Grazie per essere stata un costante pilastro. Grazie per essere stata il mio faro mentre il mare era in tempesta. Grazie per esserci sempre stata e per esserci ancora.

Se avete ancora la fortuna di avere una madre, correte da lei. Ditele di volerla bene, datele un bacio, abbracciatela forte. Fatelo tutte le volte che potete. Prima di uscire di casa o la notte se sta dormendo. Lei è l’unica donna della nostra vita che avrà gli occhi lucidi e il cuore che le scoppia per questi piccoli gesti. È l’unica che non vorrà mai nulla in cambio. Nessuna reciprocità. Solo un costante indescrivibili e inquantificabile dare. Lei è l’unica che ci ha amato dal primo giorno.
Facciamolo ora che possiamo così che un giorno, non racconteremo del rammarico di ciò che non abbiamo fatto, ma parleremo dell’emozione sul suo volto e dell’amore che le scoppiava dentro.
Lei è unica.
Lei, è la mamma.

Il momento del rifugio nelle braccia di una madre
I sorrisi più belli hanno gli occhi lucidi

Si, viaggiare


Questa estate ho avuto l’opportunità e il coraggio di fare una cosa che desideravo da tempo. Intraprendere un viaggio in solitaria.
Avevo paura e ansia. Qualche amico mi ha incoraggiato, ma in realtà pensava fossi un folle. Qualcun altro ci ha creduto davvero e avrebbe aspettato solo il riscontro di questa vacanza. Alla fine ho deciso comunque di partire. E non avrei potuto fare scelta migliore.


Ho incontrato gli sguardi della gente pieni di compassione e altri di stranezza. Chi si allontanava e chi ti sorrideva senza un motivo. Gli sguardi di chi ammirava quella solitudine e di chi si scostava quasi avessi la peste. Avrei voluto dire a quelle persone che non c’è cosa più bella di dedicare del tempo a sé stessi. Dedicarsi un po’ di riposo e i tramonti al mare. La totale libertà. E che le persone come me non sono mai sole.
Infatti ho ritrovato quel posto che non avevo mai perso. L’essere empatico, interagire con la qualunque, anche in diverse lingue per quello che riuscivo, incontrare persone che mi hanno riempito le giornate. Trovarsi a cena con dei perfetti estranei o alla guida di un motorino di uno sconosciuto. Vivere con l’empatia dell’altro, della fiducia trasmessa attraverso un semplice sorriso e qualche chiacchiera. Ricevere qualche complimento e apprezzamento sulla persona che sono. Fare le quattro del mattino per il solo e semplice piace di chiacchierare, ridere e scherzare. Andare al mare o fare festa. Trovarsi travolto in molteplici cose, tutte felici. Sfatare quei miti che da solo è pericoloso o ti annoi. Quando in realtà ho finito per non essere mai solo, ma addirittura non dormire la notte. Altro che annoiarsi. Ho trovato un posto dove tornare e delle persone che mi hanno stravolto i piani facendomi vivere un’esperienza “mistica”. E quelle persone me le sono portate dietro, anche tornato a casa. Quando torni per andare dalle tue persone e raccontare quanto bello e inaspettato sia stato, ma ti ritrovi con un’altra sorpresa ancora. Quella che rende tutto incredibilmente meraviglioso perché ti fa raggiungere ciò che prima era solo utopia.


Ragazzi abbiate il coraggio di partire. Risparmiate su una serata in discoteca o altre “spese futili”, ma viaggiate. Potete solo arricchire il vostro bagaglio di esperienze, cultura, persone e tutto ciò che circonda queste cose.


Viaggiate
Koi no yokan

(A)mare

Qualcuno una volta mi disse: “Il mare ti rigenera”.
È vero.
Il mare mette al loro posto frammenti non ancora definiti.
Come pezzi di un puzzle che non hanno ancora una collocazione esatta.
Cicatrizza le ferite più velocemente.
Spesso ci vado quando cerco risposte e non so cosa fare.
Riesce a liberarmi la mente.
Lo guardo, e senza un motivo, sorrido.
Lo osservo.
Lo sento.
E altrettanto spesso mi chiedo se quella linea in lontananza, è l’orizzonte o il confine.

Chiedetemi cos’è il mare.
Non vi parlerò delle sue diverse tonalità di azzurro, né di quanto sia profondo ed inesplorato, e nemmeno della sua immensità.
Ma vi racconterò di come riesce a restituire tutto, nonostante abbia la potenza di togliere tanto.
Vi racconterò della quiete in superficie, mentre cela sorprese e meraviglie al di sotto di essa, nei suoi abissi. Dei suoi lati oscuri, dei suoi misteri e della sua imprevedibilità.
Un po’ come le persone.
Come chi cerca di restare a galla, mentre prova ad annegare i pensieri nel blu più profondo.
Un po’ come me, che lo amo il mare.
Come quando mi disegno confini e limiti, ma su diverse tonalità di grigio.
A volte profondo, ma negli abissi.
Pericoloso, ma per me stesso.
Calmo e silenzioso in superficie, ma impetuoso dentro.

Ora immaginate se il mare fosse sostituito da una persona.
Qualcuno che riesca a liberarvi dal groviglio di pensieri e che vi faccia sorridere senza la necessità di un perché.
Qualcuno che non pone limiti, ma orizzonti.
Qualcuno fatto di mille colori con i quali dipinge anche la vostra vita.
Qualcuno che non resti in superficie, ma si tuffi in profondità.
Qualcuno vero, costante e pieno.
Io le chiamo persone salvavita. Fatti di salsedine che ti resta appiccicata addosso e che non vorresti più lavare via. 

Forse nuoteremo nel profondo con chi è così simile a noi.
Forse resterà solo il bisogno e la necessità di trattenere il respiro.
Forse finiremo per annegare.
Forse, tutto questo, sarà solo utopia.

Sento il mare
Non sento a-mare

Rimanere

Rimanére v. intr. [lat. remanēre, comp. di re- e manēre «restare»]
Come ci insegnano in età scolare, ci troviamo nella seconda coniugazione, verbo intransitivo.
Si tratta di quei verbi dove l’azione non passa all’oggetto perché ne sono privi. Proprio come si è privi delle persone desiderate quando si percepiscono le difficoltà o gli abbandoni.


“L’abbandono” di un amico d’infanzia. La persona con cui hai condiviso tanti momenti della tua vita, la vedi svanire in meno di un non so che. Di quell’amore al quale avresti donato la vita, ma ti lascia ancor meno dell’amaro in bocca. La persona con cui avresti dovuto lottare contro il mondo e invece te la ritrovi come il nemico da combattere. Fare la guerra l’uno all’altro piuttosto che essere uniti contro il problema. Puntarsi il dito dimenticando che le altre sono puntate verso noi stessi. Di quella conoscenza ambigua che ti lascia in un limbo. Che crea un misto di paura ed emozione. Sensazioni estremamente opposte eppure così vicine. Restare è complesso. Richiede voglia e dedizione. Restare è una scelta e ogni scelta comporta una rinuncia. Probabilmente rinunciare vale più che restare. Oppure è la cosa più semplice da fare, ma sicuramente passiamo più tempo ad inventare scuse piuttosto che scusarci.


Molto spesso è facile scendere in soluzioni semplicistiche per placare l’irrequietezza del cuore, quando esso non riesce a lasciarsi schiacciare dal cervello. Sono troppo distanti per comunicare. Separati da tutte quelle parti del corpo che attiviamo in presenza di chi “amiamo”. Ed ecco che inizia la solita guerra tra mente e cuore, fino a quando, anche loro trovano un punto d’incontro. Il cuore dice che non sono rimaste. Il cervello che non ci sono spiegazioni o motivazioni. La realtà è quella che vediamo. Non ci sono.


Se pur tutto così evidente, scatta “l’essere causativo” contornato da una serie di “debolezze”. Il dubbio di non essere mai abbastanza o all’altezza. Tutto contro te stesso, nonostante sei rimasto con tutto te stesso. Ma devi poi essere forte anche per chi alla fine ti ha “sfruttato ed è scappato”. Allora te ne resti nel tuo angolino in attesa di vederli splendere al massimo. Anche se distanti, se non ci si parla né ci si vede più. Perché quelle persone le vuoi felici nonostante tutto, solo non al tavolo con te. E non si tratta di orgoglio, ma di una scelta. Scegliere di restare ed essere ciò che siamo per donarci quel bene che non abbiamo mai ricevuto e riempierci gli occhi che bruciano di vita.


Scegliere
(di) Restare

Io + Te = Me

Io sono solo. La verità è che tutti siamo soli.
Spesso cerchiamo persone che collimano con la nostra. In qualsiasi tipo di relazione e per qualunque cosa. Che sia un caffè oppure un viaggio. Qualcuno con cui trascorrere la vita. Magari per addormentarci appoggiando la testa sulla sua schiena. Qualcuno che generi emozioni e smuove monti dentro noi. Chi invece, dedica la vita al lavoro per realizzare cose che probabilmente non porterà mai a termine. Quel progettare il domani, pensando al ieri, dimenticando che vivere è oggi. 
Quando ridi per non piangere per non restare solo. Quando accadono cose o cadi in momenti e cerchi il mondo ma trovi solo la solitudine. E finisci magari di fronte al mare per cercare risposte.


Io ho avuto la fortuna di restare solo. Trovarmi in mezzo al mare, che tanto amo, mentre era in tempesta rischiando di annegare. Ho imparato a scegliere. E a scegliere di dare piuttosto che ricevere. Ma pure che scegliere vuol dire anche rinunciare.  Ho imparato ad ascoltare e l’importanza dei “gesti”. Ho imparato ad apprezzare. Ho imparato il valore. Ho imparato la forza del silenzio. Quelli che fanno più rumore di una Polini. A vivere i momenti per non restare con ipotesi o rimpianti. A rischiare. Ho anche perso la fiducia. Imparato a non credere ai per sempre e alle parole affascinanti, ma di non perdere la speranza. Che non tutto è come sembra. A vivere di sogni restando nella realtà. A non spaventarmi per gli abbandoni. Ho imparato a non farmi rovinare la pace da chi non trova la sua. A non perdere tempo ma ad investirlo. Ho imparato e scelto di vivere per non limitarmi ad esistere. Mi sono perso ma non ho mai perso me stesso. Sono tornato indietro negli stessi posti che mi hanno spinto ad andare oltre. Ho imparato a stare da solo per non pormi limiti. Per non dipendere mai da “altro”. Fare comunque cose, di ogni genere e scoprire la meraviglia di tutto ciò che le contorna. Ho imparato a conoscermi e riempirmi, senza mai bastarmi. Capire le differenze tra “valore aggiunto” ed “estensione”. Il dover avvicinare prima me e poi gli altri. Trasformare “io+te=noi” nell’eccezione “io+te=me”.
Perché non è quello che ti succede che fa la differenza, ma come reagisci agli eventi per cambiare le cose.


La solitudine spaventa. Ma spesso le cose belle si trovano dall’altro lato della paura.


Siate forti
Soli

Kintsugi

Solitamente tendiamo a gettare via le cose che si rompono. In alternativa, se cerchiamo di aggiustarle, tentiamo di farlo senza lasciare tracce visibili del danno.
Il kintsugi, tecnica giapponese che significa “riparare con l’oro”, è l’arte di rendere le rotture un punto di forza, di valore addirittura, e non di debolezza. Questa non è solo un’arte, ma una vera e propria filosofia. Una metafora sulle ferite che riportiamo nel corso della nostra vita. Le consideriamo “imperfezioni”, quando potrebbero essere opportunità per “acquisire valore”. Risanarle e farle risplendere. Anche perché, se non cicatrizziamo le ferite, finiamo per sanguinare su chi non ci ha tagliato.

Il cuore si sbaglia, sempre. Questo è un suo difetto.Però di solito ti fa fare sempre quello che vuoi. È sbagliato ma ti rende felice.
Diciamo che la maggior parte delle volte che segui il cuore, ti fai male. Io l’ho fatto, però.. è sempre costruttivo.
Il dolore fa parte della vita. Però poi arrivi ad un punto dove lo senti, ma lo riesci a gestire. Non solo il dolore, ma a volte anche pressioni e paure. E quando stai nel mentre di queste cose, “tu te staij mbaranne”. Quindi quando poi ne uscirai da quel dolore o da quella situazione, sei pronto per la prossima sfida. Però se non ne esci, la prossima sfida che arriva ti “atterra”.

Il cuore sente cose che la mente non comprende.

Rinsavire
Le ferite diventano preziose

L’anatomia di un abbraccio

Durante un abbraccio i nostri corpi producono un ormone chiamato ossitocina, noto anche come “l’ormone dell’amore”. In realtà ogni abbraccio produce un potente mix di sostanze che hanno effetti benefici sulla nostra salute fisica, mentale e psichica.
Un abbraccio ci rende più distesi, sereni, gioiosi. In sostanza abbiamo a portata di mano un potente tranquillante naturale. Che noi adulti non usiamo. O usiamo di rado. O usiamo in maniera frettolosa, meccanica, non partecipe, rinunciando così ai suoi benefici. Sono sufficienti pochissimi attimi purché l’abbraccio scorra sincero, partecipe, carico di intenzione e sentimento. Ma noi adulti raramente ci abbracciamo così. 


L’immaginario comune prevede che i due cuori siano uno di fronte all’altro, allineati o quasi, protetti dalla cassa toracica. Che idealmente si disintegra permettendo di sincronizzare i battiti. O quando c’è quella differenza d’altezza, che i bpm li senti in pancia. Proprio dove nascono le emozioni, quelle forti. Oppure quelli da dietro. Inaspettati. Quelli che ti dicono: “io sono qua!”. O quando sei disposto a metterti così a nudo da lasciarti andare sul petto dell’altro. Protettivi. Oppure quando si dorme tutta la notte stretti. Come senso di appartenenza e paura di perdere.


Forse dovremmo prendere ispirazione dai bambini e dalla loro connaturata propensione all’abbraccio, quale manifestazione spontanea di affetto per l’altro, di condivisione, gratitudine.
Osservate l’intensità con cui i bambini si, e ci, abbracciano. Sono completamente riversi in quel gesto, e osservate la tenacia con cui protraggono quell’abbraccio, quasi a non voler più mollare la presa, quasi fosse percepibile in loro il piacere che traggono, e al tempo stesso procurano, da e con quel gesto. E di conseguenza anche lo strenuo desiderio di gustarselo a fondo.


I baci sono belli e importanti, ma una bocca mente anche quando bacia. Gli abbracci hanno valore. Hanno la forza di tradurre tutto e mostrare la verità. Non “sminuite” qualcosa di così profondo.  Tenetevi stretto chi vi stringe forte. Non preoccupatevi di proferire parola sulla loro rarità, né sulla persona che che vi “blocca” facendovi “volare”. Piuttosto, non lasciatela scivolare fra le dita.


Abbracciami
Stringimi più forte

Appellarsi alle cose belle

Dovrebbe essere un motto di vita. Un capoverso. Qualcosa che appartenga a tutti.
Vivere più di momenti felici che fossilizzarsi sulle cose negative.
Da estremo razionale quale sono, penso ad ogni cosa a 360°. Le analizzo, le viviseziono e come un quadro, guardo l’intero nei dettagli. Non che sia sbagliato, ma da quando ho iniziato a trarre sempre la nota positiva, è iniziata la mia serenità.
Non perdo mai. Vinco oppure imparo.
Ed ho lasciato al peggio, la possibilità d’insegnarmi. Soprattutto a sorridergli. Di quei sorrisi pieni e disarmanti che migliorano qualunque cosa.

Ho la fortuna di aver avuto, e di avere, persone nella mia vita che mi hanno spronato a vivere i momenti, ad ascoltare il sesto senso e ad appellarmi alle cose belle. Le ho ascoltate e centrifugate, come si fa per un fresco frullato in piena estate.
Il sapore, vi garantisco, è il migliore che abbia mai assaggiato.
D’all’ora mi sono accadute cose che, se non fossero successe a me, probabilmente non ci avrei mai creduto.
Come sorridere per un biglietto di un parcometro, che mi riporta ancora oggi, ad una domenica indimenticabile.
Camminare sotto la pioggia, ignaro di quante volte mi avrebbe accompagnato rendendo migliori i momenti insieme.
Trovare il coraggio di guardare una persona negli occhi e dirgli che rispetto i suoi discorsi, ma questa volta ascolterò solo i miei. Per poi finire a sposare la stessa idea e ritrovarsi travolti da emozioni. Lasciarsi andare, essere leggeri, fare tutto quello che ci va di fare.
Ed è allora che vedi proprio quei sorrisi veri, non costruiti, spontanei, fluidi, leggeri, vivi, pieni. Pieni da riempirti cuore e anima, capaci di liberare la mente. Come quando si era bambini. L’innocenza e la semplicità che tutti abbiamo ancora dentro, ma che spesso reprimiamo. Lasciatelo uscire e vivere quel fanciullo. Vi regalerà cose indescrivibili.

Oggi, voglio più “cose” del genere nella mia vita.
A voi invece, auguro persone e momenti come questi.

“Alle cose belle
Alle distrazioni
Alla vita
Al bicchiere che non è mai mezzo vuoto
Alle sorprese
Alle risate
Agli abbracci
Alla ruota che gira
Al tempo galantuomo
Alle opportunità che non puoi e che non potevi immaginare
A ciò che è migliore di quanto potessi desiderare
Alle strade che mai avresti pensato di percorrere
All’amore vero
All’amicizia sincera
All’onestà
Alla chiarezza
Alla coerenza
Al coraggio
Alla voglia di cose nuove
Alla voglia di non arrendersi
Alla consapevolezza
Alla sicurezze
Al cambiamento”

Il “male” non tarderà mai ad arrivare. Prendete sempre tutto quello che di buono c’è.

Momenti
Sesto senso

Odi et amo – Parte 2

…rimuoverla ovunque. Perché forse fa male o forse è semplicemente inutile restare ancora lì. Oppure hai magari raggiunto un livello di consapevolezza superiore. Perché devi pur volerti un po’ bene. Mi è bastato saperla star bene e felice. Che ora posso e devo dedicarmi a me.

È stata il culmine di troppi insiemi. Tanti e troppi, da stare così male e bramare la morte. Io che con lei ho un rapporto estremo e particolare.
La bellezza mi ha tratto in inganno. Le ho sempre detto che non sapeva cosa fosse l’amore ma era brava a farsi credere. Sono rimasto dopo uno schiaffo, parole bruttissime, comportamenti da ragazzina. Ma anche per cose che credevo belle.
Non è stata tutto rose e fiori, e non è lei il mostro di questa storia. Anche se è diventata ciò che ha sempre criticato. O magari si è solo consumata la maschera. Semplicemente, non era destino. E fa sorridere pensare che per un po’ abbiamo fatto dubitare pure lui. Perché alla fine ha vinto lui o ci siamo arresi noi.

Ma nonostante tutto, ho detto: “Grazie”.
Grazie per quello che ha fatto.
Grazie per quello che ha preso e che ha lasciato.
Grazie per l’ennesima lezione di vita.
Grazie per avermi fatto andare a fondo e poi risalire.
Grazie per i sorrisi.
Grazie per aver portato via tutte quelle persone che le hanno creduto e dato corda. Le stesse persone che dicono di conoscerla. Peccato che però conoscono come appare e non com’è. E questo lei lo sa. Perché c’è anche stato più di un episodio di confronto con terzi, che si sono poi ricreduti.
Grazie per i momenti.
Grazie dell’illusione.
Grazie per tutti i suoi Grazie.

E potrei continuare ancora per molto, ma non lo farò. L’ho cancellata e lei ha cancellato me.
Alla fine la persone si conoscono più per come se ne vanno che per come arrivano.
Non voglio essere ingannato dalla nostalgia di quello che poteva essere. Non poteva essere nient’altro altrimenti lo sarebbe stato.
Questo è stato solo un capitolo.

Voglio costanza non incoerenza.
Voglio chiarezza non ambiguità.
Voglio tranquillità non ansie.
Voglio essere me stesso non compiacere l’altro.
Voglio promesse che non si trasformino in bugie.
Voglio essere insicuro e non dovermi difendere.
Voglio cadere ed essere rialzato dalla persona che diventerò.
Voglio ancora tante cose e le ho trovate e le troverò tutte in me.

Non odiate ragazzi. Non fatelo. Se una persona non prende il vostro amore, in qualsiasi sua forma, donatelo a voi stessi. Perché voi stessi meritate. Siete il treno da prendere e non la stazione dove aspettare.
Vi auguro di trovare la vostra strada e il vostro amore. Di fiorire e seguire il sole. Perché nonostante tutto, tutti meritiamo solo il meglio. Siate empatici e sorridete, che i sorrisi colmano i vuoti e sono contaggiosi.

Sono un carattere particolare e per niente semplice, è vero. Sono uno che dà tanto, ma poi toglie tutto. Forse non parlo bene, ma so cosa dire. Forse sono estremo, ma ho tanti valori. Forse sbaglio i modi, ma non il “come”. Forse per questo mi hanno sempre detto: “Ama un po’ di meno”. Ma non sarei chi sono davvero.

“C’è tanto da argomentare su amore e odio, ma questi, saranno altri articoli”

Phanta rhei
Kitai

Odi et amo – Parte 1

Amore e odio
Due parole opposte, ma troppo spesso, la prima finisce per essere tradotta con la seconda.
Odiare richiede forze ed energie assurde. Di gran lunga superiori a quelle impiegate in amore. Eppure riesce facile. Quasi fosse la normalità.
Ma perché odiare l’altro, quando possiamo aiutarlo?
Odiare un vecchio amico. Un luogo. Un semplice passante. Una situazione. Odiare la ragazza con cui avete condiviso il vostro corpo. A cui avete donato il vostro tempo. Dato parte di voi.

Vi racconto quanto successo a me. Quando ho ricevuto il conto di una storia.
Ho ascoltato tante cose negative e deleterie. Ho osservato mentre mi lasciavo dipingere di nero. Mi sono sentito dire: “Non ho nulla che mi lega a te e che mi tenga qui”.
Mi sono sentito dire che magari serviva un gesto e altre cose. E allora il gesto è arrivato, anche se poi. Mettendo umiliazione e orgoglio da parte. Ma ancora una porta in faccia. E allora esco di scena.
Nel mentre però muori dentro. Sei sempre in strada. Dormi solo quando stremato. E quando ci riesci, ci pensano gli incubi a tenerti sveglio. Quando finisci per logorarti. Nonostante accade tutto ciò che già sai. Perché il punto non è la consapevolezza, ma l’accettare.
Allora ci rivediamo. Ed è stata la volta buona.
Perché ho avuto le risposte. La chiave di tutto sono loro. Le risposte.

Avere la conferma di tutto ciò che prima non hai voluto vedere. La conferma di chi si rivela. La conferma di chi sei tu rispetto a cosa stavi diventando. La conferma che dopo una settimana dalla vostra chiusura, è già stata con un altro. E la risposta, la sua, è stata (bellissima): “che dovevo fare?”
Allora li capisci che l’odio non ti appartiene. Quando le rispondi dicendo di aver fatto bene. Che non ha sbagliato nulla. Che è da stimare. Una persona che tanto mi ha dipinto di nero e proclamato il suo amore, ci ha messo poco a riprendersi. È solo da ammirare. Quasi le avrei chiesto di insegnarmi come si fa a dimenticare così in fretta.
Nel mentre di quell’incontro sono accadute tante cose, ma nessuna di quelle che pensate, che servirebbe una miniserie e non un articolo per esporle tutte. Lacrime, parole, gesti e fatti che hanno perso qualsiasi tipo di valore e importanza, assumendo quello reale. Di quella volta e di tutto il tempo trascorso insieme.

Abbiamo voluto aspettare insieme un momento per me importante. Me lo chiese perché disse che c’era un filo rosso che ci avrebbe legati per sempre. Io sorrisi, non avendo il coraggio di dirle che ci credo alla storia del filo rosso, ma quando è legato al cuore e non quando ti stringe la gola.  A quel punto, devi salvarti, devi tagliarlo.
Nonostante questo le dissi che poteva farmi del bene in due modi, o vicino o lontana. Lei ha scelto lontana.
Finito il momento, ci salutammo e abbiamo definitivamente diviso le nostre strade. Non ci vedremo mai più nemmeno per caso.
Mi chiese di non “eliminarla”, perché avrebbe potuto sempre raggiungermi così come avrei potuto fare io. Ma non ci sono riuscito.
Vederla il giorno dopo passeggiare in strada, con quella persona che non stima mentre tiene il suo cane, che posta e con cui ride e scherza, come se nulla fosse mai accaduto. Stessa persona con cui c’è stato qualcosa già da prima di te. Ti crea interrogativi come chiederti a chi stai dedicando te stesso. (La storia è stata molto riassunta e scontata di dettagli incisivi).

Decido così di…

Continua…

Bpm

Battiti per minuto. Sono loro che fanno la differenza e determinano il ritmo con cui si muove il corpo.
120 bpm l’equivalente di un fondista, 60 bpm per ballare il reggae e 110-130 bpm per la house. Secondo un mito popolare 128 bpm è il ritmo che meglio si armonizza con il battito del cuore.
Nonostante miti e scienza si fondono però, ci sono ancora momenti di gioia e dolore inspiegabili.


82 bpm è il ritmo sinusale.
Chi sa se mai incontreremo qualcuno che farà aumentare quel ritmo e se mai noi, lo faremo aumentare all’altro. O magari riuscire addiruttura a sincronizzare i battiti.
Scandire ognuno di essi per comprendere l’importanza dell’altro.
Come l’importanza di occhi che sanno parlare. Proprio come i miei, grandi ma protetti da ciglia folte (così come proteggo il cuore con i perenni sorrisi). Belli si, ma spesso vuoti da far paura. Difficili da decifrare, da leggere e da penetrare.


Siate folli.
Fate battere il cuore.

“Vulesse essere cchiù felice”

Vorrei essere più felice.
Mi sono chiesto: “cos’è la felicità?”
Per alcuni oggetti, per altri persone, per altri ancora, luoghi.
La riponiamo comunque in “cose”, ma la verità è che forse, è solo uno stato d’animo o un semplice sentimento. Ma con la necessità di essere associata. Il solito etichettare dell’uomo.
Felicità è forse un’emozione. Perché un uomo che non ha emozioni non è un uomo vero. Quel qualcosa che in qualsiasi momento venga ricordata, riesce a strapparti un sorriso a prescindere dalla sua etichetta. Non come un raggio di sole in una giornata buia, ma come la luna che è sempre presente. Non tramonta mai.
Come non dovrebbe mai tramontare la felicità di una persona se quel “momento” di bene finisce per poi farti del male. Ricordalo come qualcosa di bello. Così che possa strapparti un sorriso ed evitare una lacrima (ingiusta).  Perché niente e nessuno deve avere il potere di farti smettere di sorridere. Mai.


Amatevi. Sempre. Così che chi vi sta intorno possa amarvi. Non permettete di perdervi. Perché finirà per perdersi anche chi vi ama.


Voglio essere più felice.
Sarò più felice.