Che città strana. Dai mille colori e dalle mille paura, come canta un vecchio cantautore napoletano. Ogni volta pensi di averla capita e invece ti sfugge. Però quando stai qua, di notte, che senti le onde, allora ti pare di conoscerla veramente e comprendi che ci ci sono cose che non vanno capite, ma soltanto vissute. La cosa più assurda è che a volte mi manchi. Non ho mai saputo dove metterti. Se dentro o fuori di me. Se nel cuore o nei penseri. Se nelle cose che fanno bene o quelle che fanno male. Ma alla fine sei ovunque. Ti penso con la tenerezza con cui si pensa qualcosa di fragile. Con quella voglia di toccarti e, allo stesso tempo, di proteggerti dal tocco. La tua lingua poetica e colorata, il tuo dialetto, non esprimono un significato, ma un concetto di vita. Il napoletano è una filosofia.
E lo so, non sono perfetto. Non ho tutte le parole giuste, non ho nemmeno tutte le risposte. Ma ho la voglia di restare. Sono quello che ti guarda come se valessi il mondo. Quello che ti sceglie, non perché sei facile da amare, ma perché sei vera. E se domani tutto crollasse, se diventassimo macerie, se il Vesuvio dovesse eruttare, se restassero solo pezzi e silenzio, ti sceglierei anche li. Ti sceglierei anche tra le rovine. Forse è vero, non si può essere felici nemmeno nel posto più bello del mondo. Ma nessuno posto al mondo sa creare felicità come te.
Napoli è dove il sole batte forte e sana le ferite. Forse da bambini volevamo solo andare via. Ma dicevamo sempre: “riman”, che vuol dire domani, ma anche rimani. Resta. Ed è quello che ho fatto. Sono rimasto dove il sole scende dai palazzi ed illumina il cielo che da colore alla maglia di questa città. Il Napoli.
Ricordo ancora il suo terzo (per me primo) scudetto, conquistato ad Udine con un pareggio.
“È solo una partita, ma chi te lo fa fare?” Nessuno. È questo il punto. Lo faccio e basta. È come sentirsi parte di qualcosa. È l’unica volta dove gente che non si conosce, si abbraccia. Non conta chi sei, cosa hai, quanti anni hai, conta solo una cosa: il Napoli. Fateci caso, il mondo si evolve, ma questa cosa non cambia mai. Nel mio immaginario spesso il mondo è grigio, è Napoli che da colore, ovviamente azzurro. Non ve lo spiegare, riesco solo a raccontarvi queste immagini, racchiuse in degli scatti per fermare l’eterno che sfugge. Come i murales che ritraggono D10S.
Non paragonatelo ad altri calciatori. Vi prego non fatelo. Perché Maradona non è solo calcio; non è solo dribbling; non è solo gol. È un bambino scalzo che gioca con una palla fatta di stracci e diventa Dio. Certo, ci sono stati campioni più continui, più lucidi, più forti forse; ci sono state carriere pulite e biografie impeccabili, ma Diego ha preso sulle spalle la rabbia dei poveri, le lacrime degli ultimi, la voce di chi non aveva voce. Ha ridato dignità ad un popolo intero, ha illuminato la città più maltrattata d’italia, ha difeso e portato Napoli ed i napoletani in tutto il mondo. Ha affrontato l’inghilterra non solo con il piede, ma con la storia e scrivendo la storia. È caduto mille volte, ma ogni volta si è alzato con gli occhi pieni di fuoco. Diego era umano e proprio per questo era divino. Si chiede a Dio di perdonare coloro che non sanno ciò che fanno e allora Diego, perdona chi ti ha chiamato e paragonato solo ad un calciatore perché non è giusto, non è possibile, non è umano. Perché Maradona non si spiega, si attraversa, come una tempesta, si sente nello stomaco come una preghiera sussurrata al cielo. Grazie D10S. Grazie Diego.
Io sono napoletano. Qualcuno ha detto che essere napoletano è una fortuna. È vero.
Ho la fortuna di essere napoletano perché sono bilingue dalla nascita. Le canzoni napoletane le capiscono in tutto il mondo. ‘O surdato ‘nnammurato, ‘o sole mio, “o” senti questo articolo, è greco. E quando a Napoli si parlava il greco, in tutte le altre città si parlava latino.
Ho la fortuna di essere napoletano perché sono nato nella stessa città di Eduardo, Totò, Caruso, Troisi, Pino Daniele, Marotta, Bovio, Di Giacomo, pure Bud Spencer era napoletano.
Ho la fortuna di essere napoletano e di appartenere ad una città che ha inventato:“il sospeso”, il caffè pagato per chi non se lo può permettere. Perché nessuno, mai nessuno, deve sentirsi così povero da non poter bere neanche un caffè.
Ho la fortuna di essere napoletano perché se in tutto il mondo i bambini hanno sognato con batman, l’uomo ragno, superman, che sono eroi di fantasia, noi abbiamo sognato, sogniamo e sogneremo ancora con un supereroe argentino, che non aveva ne la spada e ne il mantello, ma aveva una maglia azzurra con il numero 10 e la fantasia l’aveva nella testa e nei piedi.
Ho la fortuna di essere napoletano perché nessun’altra città del mondo è nata dal corpo di una sirena, Partenope. Morta di dolore per essersi innamorata di Ulisse, dando vita ad una città che infatti sa bene cos’è il dolore e la passione.
Ho la fortuna di essere napoletano perché a Napoli hanno creato capolavori conosciuti in tutto il mondo, come il teatro San Carlo; la statua del Cristo velato; poi Dio ci ha regalato Capri, Ischia, Procida e Sorrento, ma noi abbiamo inventato la pizza e “sasic e friariel”.
Ho la fortuna di essere napoletano perché Napoli mi ha insegnato ciò che resterà alla fine della vita: l’ironia. Vero antibiotico dell’esistenza. Quell’ironia con la quale il giorno dopo il primo scudetto, i napoletani scrissero sui muri del cimitero un messaggio per i morti: “E che vi site perzi”.
Ho la fortuna di essere napoletano perché napoli è una città che tutti i giorni si bacia col mare.
Io ho la fortuna di essere napoletano, ma se dovessi rinasce, vorrei nascere napoletano.
Ab imo pectore
Il tesoro di Napoli è Napoli in se stessa